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Partito
Due distinti approcci allo studio del partito. - Chi si dedica all’analisi del partito politico lo fa, in genere, seguendo due approcci che, per quanto siano spesso compresenti in ogni singola ricerca, sono nondimeno da tenere distinti: l’approccio genetico e quello morfologico. Il primo si chiede quali siano le condizioni storiche e sociali che rendono necessaria o possibile la nascita e la riproduzione del partito, mentre il secondo si addentra nella descrizione delle diverse forme del partito e delle diverse funzioni che esso svolge all’interno di un sistema sociale e dei suoi ambiti politici ed istituzionali. Qui prenderemo le mosse dalle analisi di tipo genetico, perché esse sembrano maggiormente in grado di pervenire alla definizione di un concetto generale di partito, ossia all’individuazione delle necessità sociali a cui il partito risponde e dei modi specifici in cui questa risposta viene fornita, modi che differenziano il partito da entità ad esso analoghe o comunque contigue, quali il movimento ed il gruppo di pressione. La definizione del concetto generale di partito consente, in un secondo momento, di poter più agevolmente metter ordine nella descrizione delle diverse forme e funzioni, stabilendo tra esse possibili gerarchie ed individuando le loro dinamiche tendenziali.
Il partito come forma generale del conflitto sociale. - Come chiaramente risulta dalla sua etimologia, il termine partito (da uno dei significati del latino PARTIRE, ossia separare, dividere) indica la costituzione di una parte che si oppone ad altre all’interno di un determinato gruppo sociale. Nel suo significato più generale ed astratto indica qualunque aggregazione di individui, finalizzata all’ottenimento di un qualunque tipo di potere per i suoi capi ed i suoi membri, all’interno di un qualunque gruppo sociale. Come tale il partito sembra essere un elemento inevitabile di ogni forma di vita associata, ed è possibile individuare due o più partiti nei più svariati campi: in filosofia, in letteratura, in un’associazione sportiva, in un salotto, in un’impresa. Si è parlato, nell’ambiente della musica lirica, di un “partito della Callas” e di un “partito della Tebaldi”, le associazioni imprenditoriali si sono spesso divise in un “partito dei protezionisti” e in un “partito del libero scambio”, ed in ogni tipo di organizzazione sarà possibile trovare un “partito dei conservatori” contrapposto a quello “degli innovatori”. Ciò significa che l’aggregazione in gruppi contrapposti e la lotta, spesso assai dura, tra questi stessi gruppi, non è stata certo inventata dal partito politico in quanto tale (precisazione necessaria, giacché spesso si suppone che la scomparsa dei partiti politici o l’attenuazione del loro ruolo implichi la scomparsa o l’attenuazione dei conflitti sociali). Ma significa anche che è opportuno indicare con la massima cura ciò che distingue il partito politico dagli altri tipi di aggregazione conflittuale finalizzata al potere. Ed inoltre è necessario indicare ciò che distingue il partito politico moderno dagli altri tipi di partito che si sono formati nell’ambito politico nelle epoche precedenti.
Il partito politico moderno.- Si può definire, molto genericamente, come partito politico, ogni aggregazione di individui finalizzata all’ottenimento di una parte o dell’intero potere politico per i propri capi ed i propri membri, ed è quindi ovvio che la forma e le funzioni del partito varieranno col variare della forma e delle funzioni del potere politico.
Ai nostri fini sarà sufficiente osservare, a proposito di queste variazioni, come il “partito senatorio” e quello “della plebe”, il “partito guelfo” ed il “partito ghibellino” e le altre forme di aggregazione conflittuale conosciute dall’epoca premoderna siano, da un lato, molto meno stabili e permanenti, molto meno istituzionalizzati dei partiti moderni e, soprattutto, contemporanei. E, dall’altro, come essi siano connotati, dal pensiero politico antico e medievale, soprattutto in termini negativi, ossia come fazioni, nocive al buon andamento della cosa pubblica: mentre è solo nel pensiero politico moderno che essi assumono progressivamente (anche se non esclusivamente) una connotazione positiva, come elementi funzionali alla vita dello Stato, come fattori di modernizzazione e democratizzazione.
Questo mutamento nella struttura organizzativa e nella percezione pubblica del partito dipende dalla natura dello Stato moderno, di cui il partito rappresenta il necessario pendant. E ciò in due sensi. Da un lato lo Stato moderno si costituisce come unità di tutti gli individui che abitano nei suoi confini, individui che divengono titolari di diritti, e quindi cittadini, a prescindere dalle loro appartenenze comunitarie, cetuali, associative. Questa unità, che è indubbiamente un Progresso dal punto di vista dell’eguaglianza in quanto cancella le differenze gerarchiche dovute alla nascita, alla fede religiosa ed alla funzione professionale, è nondimeno un’unità puramente giuridica, e dunque fittizia. Molto spesso si presenta come una vera e propria imposizione, tanto che lo Stato moderno, soprattutto agli inizi, si concepisce come unico titolare dell’azione Politica e vieta espressamente (come avvenne con la legge Le Chapelier all’indomani della Rivoluzione francese) ogni forma di autonoma aggregazione Politica dei cittadini. Ebbene, la formazione dei partiti è il modo in cui le persistenti o le nuove frammentazioni della società civile rompono questa fittizia unità, si riorganizzano e pretendono di avere voce Politica autonoma. E’ il modo in cui gli interessi esclusi, le classi o frazioni di classe non rappresentate (o non adeguatamente rappresentate) dallo Stato, cercano di influenzare, gestire, trasformare il potere dello Stato stesso, presentandosi apertamente come una parte in conflitto con altre.
D’altro lato, poiché lo Stato moderno, ben più di quanto facessero le forme statuali premoderne, organizza l’azione Politica come azione del Governo, ossia come azione continua, programmata, gestita da un’insieme complesso di strutture amministrative, i partiti devono darsi, per poter essere efficaci, una struttura organizzativa analoga: devono divenire anch’essi delle istituzioni, dotate di personalità propria, di una divisione funzionale del Lavoro, di una capacità di produrre continuamente norme sociali che siano in grado di rafforzare i propri aderenti e di proiettarne gli interessi ed i valori nel più vasto campo dei rapporti politici e giuridici.
Il partito politico moderno è dunque una stabile istituzione che organizza le divisioni interne ad una società per renderle efficaci nei confronti del potere di Stato. E poiché le condizioni che hanno condotto alla nascita del partito (persistenza delle divisioni oltre la fittizia unità statuale, carattere organizzato e continuo della Politica) permangono ancor’oggi, è acquisizione comune della scienza Politica il dire che l’esistenza del partito politico non è un fenomeno transitorio, perché è inseparabile dall’esistenza del potere di Stato, anche se, come vedremo, la forma concreta del partito varia moltissimo in relazione alle variazioni della forma dello Stato e del potere stesso.
Legittimazione, modernizzazione e democratizzazione dello Stato. - E’ per questi motivi che il partito, anche se tende molto spesso a degenerare in fazione ed anche se è comunque sempre sottoposto a critiche che ne denunciano una presunta o reale azione di frammentazione della società e dello Stato, svolge ormai funzioni riconosciute come positive o quantomeno inevitabili. Esso infatti, inducendo le divisioni sociali ad esprimersi come progetti di diversa gestione dello Stato, amplia la base dei soggetti che si riconoscono, pur se conflittualmente, nello Stato esistente (o in quello Stato che dovesse nascere da una radicale trasformazione di questo). Fornisce quindi una legittimazione allo Stato nonché uno stimolo importante alla sua dinamizzazione e modernizzazione. Inoltre, considerato dal punto di vista delle classi subalterne e, più in generale, dal punto di vista dello sviluppo della Democrazia e del controllo sociale degli apparati di potere, consente, almeno in linea di principio, di formare un personale politico-rappresentativo e burocratico di origine popolare, o comunque di origine diversa rispetto ai ceti tradizionalmente preposti alla gestione della rappresentanza e dell’amministrazione. E’ per questo che anche studiosi non orientati da valori socialisti, come Weber e Duverger, hanno sostenuto che, in determinate condizioni, il partito è organo essenziale di un’effettiva Democrazia, perché consente un effettivo ricambio dei rappresentanti parlamentari e soprattutto un controllo o un ricambio dei ceti burocratici, vera roccaforte dei poteri tradizionali o dei più recenti poteri tecnocratici. Almeno finché tutto questo non degeneri, come vedremo, nella cosiddetta partitocrazia.
Un inciso: partito delle classi dominanti e partito delle classi subalterne. – Poiché al partito spetta l’onere di rappresentare presso lo Stato i gruppi che non vengono efficacemente rappresentati dallo Stato stesso, sorge la questione se esso non sia una forma d’organizzazione più consona alle classi subalterne che a quelle dominanti, le quali, quasi per definizione, sono tali proprio perché influenzano in maniera decisiva, l’apparato di Stato, quando non lo costruiscono direttamente. E difatti, come notano, pur se in modi diversi Gramsci e Pombeni, le classi dominanti conoscono la tentazione di arroccarsi nello Stato e di usarlo direttamente come partito, con funzioni di costruzione del consenso, di unificazione delle proprie diverse frazioni, di formazione del ceto politico. Così fu nell’Italia crispina e giolittiana, e così fu, come si desume da ricerche sui partiti statunitensi, all’epoca del primo avvio del welfare di Roosevelt, il quale dovette appoggiarsi agli apparati pubblici per diffondere non solo le pratiche, ma anche le ideologie dello Stato sociale. E così fu, per fare un esempio più recente, nella transizione italiana degli anni ‘90, che venne gestita non già dai partiti (fortemente delegittimati presso l’opinione pubblica, in preda a trasformazioni convulse ed incerte), ma da un intreccio tra governi “tecnici”, apparati di Stato, associazioni economiche, che aveva nella Banca d’Italia il centro ispiratore e l’atelier di produzione del personale politico più influente. Peraltro, questo non è affatto l’atteggiamento esclusivo della classi dominanti nei confronti del partito: esse possono formare partiti autonomi che le rappresentino direttamente, oppure possono intrecciarsi a partiti di origine popolare, che in tal modo organizzano una parte dei ceti popolari come classi di sostegno del blocco dominante. Ma il ricorso diretto al partito come forma d’espressione Politica è, secondo alcuni, un indice di debolezza delle classi al potere, segnala o una loro eccessiva frammentazione o un deficit di egemonia sociale che, non riuscendo ad esercitarsi attraverso i meccanismi della produzione e del consumo di massa, deve appoggiarsi ad uno o più partiti per trovare forza e consistenza.
Molto diverso è, invece, l’atteggiamento delle classi subalterne di fronte al partito. Non potendo contare, e soprattutto all’inizio della loro mobilitazione, né sullo Stato né sul sistema delle imprese, queste classi possono reperire risorse politiche solo nelle loro associazioni sindacali e mutualistiche, e nei partiti. E, date le cogenti necessità d’una riforma complessiva dello Stato, è il partito a presentarsi, per tutta una fase, come l’organo privilegiato dell’intera azione Politica di queste classi, esautorando di fatto sindacalismo e mutualismo. Le forti ideologie di autolegittimazione prodotte dai partiti “operai” hanno sovente nascosto la complessità del rapporto fra il partito e le altre forme d’associazione, nonché la pluralità dei modi in cui il partito di classe si è presentato.
Da un lato, infatti, la forma concreta dei diversi partiti di classe dipende dall’evoluzione storica del loro rapporto con le associazioni: se un forte associazionismo precede la nascita del partito, quest’ultimo esibirà caratteristiche maggiormente decentrate, federative e pluraliste; in caso contrario il partito tenderà ad essere più rigido e centralistico. Un’osservazione, questa, che torna utile anche a chi, oggi, voglia ripensare alla costituzione di nuovi partiti delle classi subalterne in una situazione che vede il fiorire di molteplici associazioni apparentemente settoriali, ma ricche di autonoma capacità Politica.
Dall’altro, anche il partito che maggiormente si è voluto presentare come organismo univoco e monolitico, ossia il partito comunista, ha conosciuto forme d’esistenza assai diverse tra loro, a dispetto del continuismo spesso esibito dai diversi gruppi dirigenti. Il partito di Marx ed Engels, per quanto centralizzato e, a parere dei critici anarchici, verticistico ed autoritario, è presentato dai padri del comunismo otto-novecentesco come autorganizzazione della classe, e non come organismo sovraordinato ad essa. Inoltre, anche nel Manifesto, non è presentato come partito comunista, essendo piuttosto il comunismo una corrente fra le altre del movimento operaio, che, pur tentando ovviamente un’egemonia e forse proprio per attuarla al meglio, non deve concepirsi come partito a sé stante. Fortemente caratterizzato in senso ideologico, ossia come partito marxista, è invece il partito cardine della II Internazionale, ovvero la socialDemocrazia tedesca di Kautsky, per il quale ultimo l’elemento veramente attivo e propulsivo dell’organizzazione operaia, che pure è un’organizzazione di massa, è costituito dal ceto intellettuale. Nettamente diverso dal partito kautskiano è poi quello di Lenin, non solo perché, all’origine, non è un partito di massa e rassomiglia piuttosto all’ordine militante di cui si parlerà successivamente, ma anche perché l’elemento attivo e propulsivo non è in esso rappresentato tanto dagli intellettuali, quanto dalla teoria marxista, che può essere appannaggio, dopo un significativo apprendistato, anche degli stessi militanti operai. Un partito, quello di Lenin, che tra l’altro si fonda apertamente su una scissione, su una duplicità (mai precedentemente teorizzata in forma così chiara) della lotta di classe che si divide, secondo il dirigente bolscevico, in lotta “interna” e lotta “esterna” al sistema, garantita, quest’ultima, solo dalla direzione di un’avanguardia Politica che si costituisce separandosi decisamente dalle modalità ordinarie del conflitto. Ancora diverso è, infine, il partito di Togliatti che, se pure conserva alcuni dei meccanismi del partito bolscevico (formazione del gruppo dirigente per sostanziale cooptazione, riservatezza delle discussioni del gruppo dirigente stesso, che all’esterno si presenta sempre come blocco unitario, inibendo così la dialettica Politica dell’intero corpo militante), si costituisce come un partito di massa, non separato dalla società ma, anche grazie ai rapporti con numerose associazioni collaterali, profondamente integrato in essa, basato su un’adesione al programma ed ai valori fondamentali e non sull’adesione ideologica ad una particolare dottrina sociale e Politica.
Tutto ciò dimostra come, pur nella secolare identificazione con il partito politico, il problema dell’organizzazione delle classi subalterne non conosce soluzioni univoche né, come è testimoniato da recenti evoluzioni di cui daremo conto in seguito, viene ad essere risolto solo dalla forma-partito, ma dal risorgere di una pluralità di strumenti associativi che al partito impongono numerose trasformazioni.
Autonomia del partito dai suoi referenti sociali.- Anche gli autori che concordano con l’idea di una genesi del partito dai conflitti della società civile, non per questo ritengono che il partito sia semplicemente un’espressione della società civile stessa, ovvero un fedele rappresentante delle istanze di determinati gruppi sociali. E’ diffusa nella sociologia Politica l’idea secondo la quale il partito sviluppa interessi specifici, distinti da quelli dei gruppi sociali rappresentati, e che lo sviluppo di questi interessi non sia soltanto una patologia eventuale del partito, bensì faccia parte della sua fisiologia, e derivi quindi dalla natura del partito in quanto tale. Secondo Weber questa autonomizzazione del partito dai suoi gruppi sociali di riferimento deriva dal fatto che l’appartenenza al partito non è conseguenza automatica d’una determinata collocazione cetuale, professionale o religiosa, non è cioè l’effetto di meccanismi fondati sulla tradizione o su un obbligo giuridico o funzionale, ed è piuttosto il risultato di una libera scelta. Ciò che distingue l’appartenenza al partito dall’appartenenza ad una corporazione o ad una comunità etnica o religiosa, insomma, è il suo carattere volontario. E questo carattere volontario dell’appartenenza di partito ha per conseguenza che l’azione del partito stesso non è determinata direttamente dal gruppo sociale di riferimento, ma solo da coloro che al partito volontariamente aderiscono. Inoltre, all’interno del partito, questa azione è determinata realmente solo dai membri che effettivamente svolgono Lavoro politico o organizzativo. Questo è il motivo che spiega l’esistenza, individuata, fra gli altri, da Duverger, di almeno tre distinte “sfere” (o “cerchi”) di influenza in relazione al partito, la prima composta dai capi e dai militanti più attivi, la seconda composta dagli aderenti, la terza composta dai sostenitori e dagli elettori: il potere di determinare l’azione del partito decresce man mano che si passa dalla sfera più interna a quella più esterna. Altri studiosi, come Pombeni, fanno discendere l’autonomizzazione del partito dal suo carattere di istituzione: una volta costituita, l’istituzione sviluppa forme di esistenza proprie, relativamente indipendenti dalla volontà degli stessi aderenti, assume una personalità propria non modificabile dalle scelte di chi, pure, volontariamente le ha dato vita.
L’autonomia del partito dai suoi gruppi sociali di riferimento (sia essa dovuta al suo carattere volontario, al suo essere istituzione o alla combinazione dei due fattori) ha come importante conseguenza (oltre al carattere necessariamente “pluriclasse” di ogni partito realmente esistente, ossia oltre al fatto che ogni partito è inevitabilmente il risultato di un’alleanza di soggetti provenienti da classi, ceti o comunità differenti) la possibilità che il partito si distacchi in parte o del tutto da quei gruppi sociali stessi. Questo distacco (che vale anche per il partito “operaio” perché anche in esso il gruppo dei militanti più attivi e quello dei funzionari o dei parlamentari, sviluppano interessi specifici) può tradursi sia nella capacità del partito di privilegiare le esigenze strategiche dei gruppi sociali, a parziale detrimento delle loro esigenze immediate, sia nel vero e proprio abbandono della rappresentanza (o della rappresentanza esclusiva) dei gruppi sociali originariamente tutelati, in funzione del perseguimento primario degli interessi specifici dei capi e degli aderenti del partito.
Partito e ideologia.- A un tale fenomeno è legata la questione del ruolo dell’ideologia nella vita del partito. Chi sottolinea l’autonomia del partito e lo vede come un gruppo orientato esclusivamente al perseguimento dei propri interessi specifici ritiene che l’ideologia di partito abbia solo un carattere strumentale. Schumpeter, ad esempio, sostiene che il partito svolge la propria funzione sociale, e quindi esibisce un’ideologia, solo per ottenerne la massimizzazione del proprio potere, proprio come l’imprenditore produce beni solo per ottenerne un profitto. Sia nel caso dell’imprenditore che in quello del partito, la funzione sociale (accompagnata, nel secondo caso, dalla produzione di un’ideologia) è solo conseguenza eventuale di una strategia che ha per unico vero scopo il profitto o il potere. Downs è ancora più esplicito, sostenendo che i partiti non tentano di vincere le elezioni per attuare un programma, ma formulano un programma per tentare di vincere le elezioni. Altri autori, invece, come Neumann o Pizzorno, ritengono che l’ideologia sia un elemento costitutivo dell’esistenza del partito e ne strutturi l’azione al di là delle inevitabili oscillazioni dovute all’adeguamento alle dinamiche sociali ed alle necessità tattiche. Per costoro, e soprattutto per Pizzorno, nessun soggetto sociale o politico può muoversi esclusivamente in base ad un interesse ed esclusivamente in maniera strumentale: prima di definire gli interessi e gli strumenti più adatti a perseguirli, è necessario che venga definito il soggetto che questi interessi esprime e persegue, ed in ciò è fondamentale proprio il ruolo dell’ideologia. Peraltro, anche chi ritiene che l’ideologia di partito sia un mero strumento, è sovente indotto a riconoscere che essa è comunque uno strumento necessario ed inevitabile: consente di identificare il partito e di distinguerlo dagli altri partiti concorrenti; permette agli elettori, che non possono conoscere tutti i dettagli dell’agenda e dei programmi politici, di orientarsi nella scelta di voto, in base alla presunzione che il partito perseguirà comunque gli interessi rappresentati nella sua ideologia. Più in generale, anche coloro che maggiormente hanno sostenuto che il partito si muove in base ai propri interessi specifici e per assicurare posizioni di potere ai suoi capi ed aderenti, hanno sovente aggiunto (è il caso di Weber e, in parte, di Ostrogorski) che raramente un partito può agire solo su questa base, e che esso deve soddisfare anche più vasti interessi sociali, pena la sua scomparsa.
A conclusione di questa sommaria ricostruzione del concetto generale di partito si può dire che, al riguardo, la riflessione politologica ci consegna un fenomeno fortemente ambivalente e contraddittorio. Il partito reclama una parzialità rispetto alla fittizia unità dello Stato, ma d’altra parte offre a questo Stato stesso una base di legittimazione. Tutela gli interessi di particolari gruppi sociali, ma, nel farlo, sviluppa interessi propri che possono entrare anche radicalmente in contrasto con quelli di questi gruppi. Nasce come associazione volontaria, ma poi acquista necessariamente un carattere di istituzione, sovraordinata agli individui che la compongono. Ora, attraverso la descrizione dei diversi modelli del partito, delle sue molteplici funzioni e, prima ancora, delle più importanti fratture sociali che esso organizza, cercheremo sia di dar conto delle numerose differenze tra i partiti realmente esistenti, sia di delineare le linee di sviluppo di quelle ambivalenze e di quelle contraddizioni a cui si è appena fatto cenno.
Le diverse fratture sociali organizzate dal partito. - Se è vero che funzione fondamentale dei partiti è quella di rendere visibile e Politicamente efficace una divisione interna alla società, è opportuno iniziare l'elenco dei numerosi criteri pensati per distinguere un partito dall’altro proprio da quelli legati alle diversi fratture sociali che essi esprimono e organizzano. Su questo punto è ancora decisivo il contributo di Rokkan, che distingue i partiti sulla base di quattro fratture (o cleavages): quella fra centro e periferia, quella fra Stato e confessioni religiose, quella fra città e campagna e quella fra operai e imprenditori. Tra la fine dell' Ottocento e l'inizio del Novecento questi cleavages hanno iniziato ad esprimersi attraverso quattro "famiglie" di partiti: i partiti localistici, quelli confessionali, quelli agrari e contadini, quelli social-comunisti e "borghesi". E' ovviamente possibile che un partito sappia esprimere contemporaneamente più di un cleavage, ma le sue caratteristiche dominanti dipendono sempre da uno di essi. Inoltre organizzando le fratture sopra indicate i partiti, se da un lato favoriscono una positiva dialettica sociale, dall'altro cristallizzano le differenze e possono riprodurle anche quando le ragioni storiche di queste si vanno attenuando. Si sostiene quindi, ciclicamente, che i partiti invece di favorire la dialettica sociale, la impoveriscono perché costringono eventuali nuovi cleavages ad esprimersi con le forme di quelli vecchi. Ma, altrettanto ciclicamente, si registra che cleavages ritenuti in via di estinzione ritornano alla ribalta, come nel caso dei partiti localistici e/o etnonazionalistici, riattivati dalle reazioni alla globalizzazione. E, d'altronde, accade anche che un nuovo cleavage, dopo essersi espresso in forma di movimento (e spesso con forti tonalità antipartitiche) venga gestito, almeno parzialmente, da un partito: è il caso dell'emergere dei cosiddetti bisogni post-materialisti (critica dello sviluppo industriale, rilevanza dell'autonomia individuale, etc…) che sovente trovano i loro portavoce nei partiti Verdi. Comunque, il cleavage su cui maggiormente si sono soffermate le riflessioni critiche è quello tra capitalisti e operai, ritenuto da molti desueto, così come desueta è stata ritenuta più in generale, l'opposizione fra sinistra e destra. A questo proposito va osservato che anche i nuovi o rinnovati cleavages tendono ad esprimersi in partiti che, come i Verdi o le formazioni politiche localistiche, si collocano poi nell'asse sinistra-destra. E che gli effetti sociali della globalizzazione tendono a riprodurre partiti radicati nel conflitto tra capitale e Lavoro.
Ai cleavages indicati da Rokkan e a quelli analoghi e nuovi deve essere però aggiunta un'altra importante frattura, quella che riguarda la collocazione internazionale dei partiti. Secondo Neumann, che scriveva all'epoca del pieno dispiegarsi del conflitto fra Est e Ovest, tutti i partiti devono essere classificati sulla base del loro schieramento in questo conflitto tra comunismo e Democrazia, ed un partito sarà tanto più importante quanto più saprà esprimere le ragioni dell'uno o dell'altro dei contendenti. Oggi la scena internazionale è attraversata da un nuovo e diverso conflitto, che solo in parte ripete i motivi del primo: quello tra sostenitori ed avversari della globalizzazione capitalistica. Così i partiti si dislocano lungo un'asse che va dalla piena adesione a questa globalizzazione, all'azione per una globalizzazione democratica e solidale (magari vista come articolazione di macroregioni mondiali), al rifiuto della globalizzazione in nome di interessi nazionali o comunitari. Sembra però finora che, mentre l'opposizione nazionalistica alla globalizzazione viene sovente gestita da partiti (quasi sempre strettamente connessi all'apparato di uno Stato nazionale), l'adesione alla globalizzazione e, più ancora, la sua critica “interna”, non vengano gestite soprattutto da partiti, ma da un insieme di soggetti sociopolitici di cui il partito rappresenta solo una frazione.
Quest’ultima osservazione rimanda ad un fenomeno che ha sempre accompagnato la vita di tutti, o quasi tutti, i partiti. Dicendo che questi ultimi sono l’organizzazione dei cleavages sociali non si intende dire che ne sono l’organizzazione o l’espressione unica o più organica. Come osservano sia Gramsci che Duverger, le funzioni del partito (comprese quelle del coordinamento tra le diverse frazioni di un particolare raggruppamento di interessi) possono essere svolte anche da organismi distinti dal partito stesso, che al partito si intrecciano pur mantenendo autonomia di indirizzo: giornali, associazioni professionali, apparati di Stato, centri d’influenza internazionale. Anche quando il partito si afferma come modalità ottimale di espressione dei cleavages, sussistono accanto ad esso, e non sempre in funzione puramente ausiliaria, altre istituzioni che lo coadiuvano ed eventualmente lo sostituiscono di fatto. Per questo motivo l’analisi dei partiti realmente esistenti non può prescindere dalla contemporanea analisi delle istituzioni che, in maniera palese ed occulta, lo affiancano ed a volte concorrono con esso. Ciò è vero in particolare nei periodi di crisi, di scollamento tra la società e le sue rappresentanze, di accelerazione delle dinamiche di trasformazione sociale: e l’epoca attuale può essere vista come uno dei momenti in cui maggiormente è conteso ai partiti, da altri organismi, il ruolo dell’efficace espressione della dialettica sociale.
I diversi modelli di partito.- Per quanto ogni partito realmente esistente sia sempre il risultato della combinazione di due o più modelli di partito, la politologia analizza la forma “pura” di questi modelli per poterne meglio mettere in risalto le particolari caratteristiche. Le principali distinzioni tra i modelli (operate, tra gli altri, da Weber, Duverger, Neumann, Kirchheimer, Panebianco) riguardano la struttura organizzativa e le funzioni fondamentali dei partiti; esse conducono a definire, come modelli più significativi, il partito di notabili, il partito di integrazione di massa, il partito quale “ordine militante”, il partito elettorale di massa, e infine il partito “pigliatutto”.
Partito di notabili. Si intendono come “notabili” coloro che godono di posizioni di prestigio e comunque di potere all’interno di una società e che, per tutelare queste posizioni devono, nell’ambito di un sistema parlamentare, conquistare un seguito elettorale. Il partito notabiliare (definito a volte come “partito di quadri”) si organizza attorno ai comitati elettorali, ossia attorno a strutture debolmente persistenti, scarsamente articolate ed attivate quasi solo in funzione delle competizioni elettorali. Le procedure decisionali, le connessioni organizzative, la definizione dei ruoli dirigenti sono, in questo partito, generalmente assai poco formalizzate, dunque poco passibili di controllo democratico. Per conseguenza è scarso il peso dei militanti: il partito notabiliare è essenzialmente un partito del leader, una macchina elettorale finalizzata esclusivamente all’acquisizione di seggi parlamentari e di “posti” nell’apparato amministrativo. Poiché il notabile non vive di Politica, ma usa la Politica per tutelare ed accrescere le proprie autonome fonti di reddito, e poiché i militanti sono convocati solo saltuariamente, questo tipo di partito, soprattutto ai suoi albori, non dà luogo ad una vera e propria professionalizzazione dei ruoli politici, e si basa piuttosto sul carisma del leader e sull’apporto dilettantistico dei militanti, mentre il finanziamento è assicurato essenzialmente dalle risorse personali dei membri più abbienti.
Partito d’integrazione di massa. Coevo all’affermazione del suffragio universale, il partito d’integrazione di massa ha per funzione fondamentale quella di assicurare la socializzazione ideologico-Politica delle classi popolari, per consentire ai loro membri di accedere alle cariche elettive ed amministrative. A differenza del partito notabiliare, il cui seguito ha sovente un ruolo esclusivamente ausiliario, oppure è costituito da individui che già posseggono le risorse economiche e culturali che consentono una fruttuosa penetrazione negli apparati di Stato, il partito d’integrazione di massa deve preliminarmente trasformare gli individui provenienti dalle classi subalterne in soggetti capaci di gestire ruoli rappresentativi ed amministrativi. Per questo motivo esso non può darsi una struttura labile ed occasionale, ma deve essere un’organizzazione permanente, che esiste e funziona ben oltre le scadenze elettorali, ed assicura così una continua formazione dei propri militanti alla vita Politica ed ai conflitti sociali. La sua “cellula” elementare non è quindi il comitato elettorale, ma la sezione territoriale permanente, luogo di discussione, decisione, ma soprattutto luogo di incontro, reciproco riconoscimento, sedimentazione di valori comuni. La sua struttura organizzativa, risentendo delle necessità della lotta Politica pianificata e continua, nonché dell’ideologia democratica consustanziale a tale tipo di partito, è altamente formalizzata, così come formalizzate sono le procedure decisionali e la nomina dei dirigenti, secondo un’asse che quasi sempre va dalle sezioni, agli organismi intermedi, a quelli di vertice. Per consentire ai militanti di origine popolare di dedicarsi pienamente alla Politica, e per assolvere i compiti permanenti che gli sono propri, il partito d’integrazione di massa deve dar vita ad un esteso professionismo politico, ossia alla nascita di una burocrazia di partito che diviene il principale centro decisionale del partito stesso, per quanto entri sovente in conflitto con leaders dotati di carisma o, soprattutto nelle ulteriori evoluzioni, con i gruppi parlamentari e, più in generale, con quello che viene chiamato party in public office, ossia il “partito” di coloro che rivestono cariche istituzionali. Nonostante questa forte professionalizzazione della Politica, il ruolo ed il potere decisionale degli aderenti del partito di integrazione di massa sono molto rilevanti, soprattutto se paragonati a quelli degli aderenti del partito notabiliare: ciò dipende dal fatto che, oltre al Lavoro del burocrate, è il Lavoro gratuito dell’aderente a costituire la maggiore risorsa del partito, ed è l’apporto finanziario dei singoli aderenti (tesseramento per quote, sottoscrizioni…) a garantire il mantenimento dell’intera macchina.
Il modello di partito che stiamo esaminando non dà luogo ad una sola forma organizzativa. Se quella storicamente affermatasi è la forma altamente centralizzata, tipica della socialDemocrazia tedesca, persistono forme assai diverse, come quella federativa sperimentata dal Socialismo francese o quella indiretta che, con svariate evoluzioni, ha caratterizzato, ad esempio, il laburismo inglese e la socialDemocrazia svedese. In quest’ultima forma, accanto alla classica adesione individuale, esiste un’adesione di tipo associativo: sono cioè le associazioni (e soprattutto quelle sindacali) ad aderire al partito, e coloro che si iscrivono direttamente a queste associazioni, indirettamente si iscrivono, con maggiore o minore automatismo, anche al partito. Ma la distinzione che maggiormente ha interessato gli studiosi è quella tra partito d’integrazione totalitaria e partito di integrazione democratica (o “specialistica”). Con questi due termini si intende descrivere l’effetto che l’adesione al partito di massa ha sul singolo militante: nel primo caso il partito interviene sul complesso delle convinzioni e delle attività dell’aderente, orientandone in toto la visione del mondo ed il comportamento; nel secondo caso esso determina esclusivamente l’orientamento ed il comportamento politico dell’aderente, lasciandogli poi quasi completa autonomia in tutti gli altri campi. I due poli di questa distinzione sono stati definiti tenendo a mente da un lato l’esperienza dei partiti comunisti (quando essi sono divenuti partiti di massa) dall’altro quella dei partiti socialisti, ma è chiaro che nessun partito di massa è puramente “totalitario” o “democratico” nella sua funzione di socializzazione, e tutti si situano in uno spazio intermedio tra i due poli estremi. La distinzione appena ricordata è simile ad un'altra (non necessariamente riferita al solo partito di massa), che riveste, come meglio vedremo in seguito, una grande importanza: quella tra partito forte e partito debole. I due termini non si riferiscono al potere del partito nella società, né ai caratteri della sua organizzazione, ma all’esistenza, all’interno del partito, di meccanismi che consentano una maggiore o minore trasformazione degli individui che al partito aderiscono. Sarà dunque forte il partito che non riproduce le gerarchie ed i saperi che predominano nella società, ma ne produce altri, e così facendo modifica, per parti importanti, le caratteristiche individuali dei suoi aderenti; mentre sarà debole quel partito che lascia sussistere tutte queste caratteristiche e riproduce linearmente al suo interno la maggior parte delle divisioni imperanti nella società. Il partito di integrazione di massa, sia nella sua variante “totalitaria” che in quella “democratica”, è quasi sempre, soprattutto alle sue origini, un partito forte, in quanto fornisce ai suoi aderenti strumenti di socializzazione e di crescita irreperibili nel resto della società.
Partito come “ordine militante”. Questa tipizzazione, che si deve in particolare a Duverger, indica un partito che si concepisce come gruppo di militanti e capi fortemente selezionato in funzione della più aspra battaglia Politica, avente in genere come scopo non la modernizzazione o la democratizzazione di uno Stato esistente, ma il suo sovvertimento. Partito indubbiamente “totalitario”, l’ordine militante non ha l’estensione del partito di massa, ma nemmeno il carattere occasionale ed i legami deboli tipici del partito notabiliare. E’ piuttosto fondato su legami stabili, scarsamente formalizzati, fondati sull’amicizia e sul rapporto fiduciario fra dirigenti e diretti, sulla comune fede nella meta finale. Adatto a gestire situazioni di clandestinità o di scontro non solo metaforicamente militare, l’ordine militante produce una forte e continua solidarietà fra i suoi membri che sostituisce, per larga parte, le procedure democratiche: il meccanismo fondamentale di rinnovo dei gruppi dirigenti e quello della cooptazione da parte del vertice. Questo modello di partito si adatta, a parere di Duverger, al partito comunista di tipo bolscevico, la cui componente elementare – struttura minima di socializzazione e di azione – non è la sezione territoriale, ma la cellula di fabbrica, organismo che valorizza la massimo le solidarietà scaturenti dalla comune condizione lavorativa, che è spesso notevolmente chiuso rispetto alle influenze esterne, e che non stabilisce quasi mai, soprattutto in situazioni di clandestinità, rapporti orizzontali con altre cellule, ma si rapporta esclusivamente al livello gerarchicamente superiore.
Altro, pur diversissimo, esempio di ordine militante è il partito fascista, nel quale il legame fondamentale tra seguaci e capi è dato dalla devozione e dalla fedeltà assoluta dei primi ai secondi, e la cui struttura elementare è costituita dalla milizia territoriale, anch’essa, come la cellula di fabbrica, connessa quasi solo all’organo gerarchicamente superiore, ma caratterizzata, a differenza della prima, da un’aggregazione interclassista finalizzata soprattutto ad uno scontro militare generalizzato, e non da un’aggregazione classista finalizzata in primo luogo alla socializzazione ed alla lotta dei lavoratori contro la classe avversa.
Nella loro evoluzione, questi diversi tipi di ordine militante tendono ad assumere forma di partito di massa. Ma questa trasformazione ha diversi effetti nell’uno e nell’altro, inducendo il partito comunista ad assumere tratti che lo accomunano fortemente a quello di tipo socialista (formalizzazione delle procedure, elettività di tutte le cariche, integrazione di tipo “democratico”) e quello fascista a riprodurre su più larga scala le caratteristiche della gerarchia militare: con riserva di tornare alla forma dell’ordine militante “puro” nel caso di una acutizzazione dei conflitti.
Partito elettorale di massa. Con questa nozione si intendono in genere designare le trasformazioni subite dal partito di massa nell’epoca del pieno dispiegamento della Democrazia e del welfare State. La più importante di queste trasformazioni è quella che fa sì che le funzioni di socializzazione culturale e Politica che, agli albori del suffragio universale e dell’iniziativa politico-statuale delle masse, spettavano soprattutto al partito ed alle sue associazioni collaterali, spettino via via sempre di più anche ad altre istituzioni. Con l’estensione dell’intervento sociale dello Stato la cultura e gli orientamenti delle masse vengono determinati in maniera crescente dagli apparati pubblici, ossia, certamente, dal sistema scolastico, ma anche da tutti gli organismi amministrativi che, contribuendo all’organizzazione di gran parte della vita sociale, svolgono anche una sottile opera educativa. A ciò va aggiunto il ruolo crescente del sistema dell’informazione, molto spesso gestito da media privati. In questa situazione il partito perde o attenua fortemente a poco a poco non solo le sue caratteristiche di integrazione “totalitaria”, ma anche il monopolio della socializzazione puramente Politica, che spetta ormai ad un insieme di istituzioni pubbliche e private. A questa trasformazione dei sistemi di socializzazione delle masse si aggiunge la trasformazione del ruolo delle diverse frazioni del personale politico di partito e dei loro rapporti. Il momento elettorale diviene decisivo nella vita del partito, a scapito dell’organizzazione del conflitto e della cultura popolare. Parallelamente aumenta il peso dei parlamentari e degli amministratori a scapito di quello del tradizionale ceto burocratico interno. Ceto che viene minacciato anche dall’emergere dell’importanza degli specialisti in marketing politico, interni o, più spesso, esterni al partito, resi sempre più essenziali dall’influenza dei media sugli orientamenti elettorali. Questo moltiplicarsi delle figure professionali rilevanti nella vita del partito induce a parlare di partito elettorale-professionale di massa, per sottolineare come, mentre cresce il ruolo dei diversi professionisti, diminuisca quello dei militanti, perché le tecniche di comunicazione Politica sembrano essere più importanti dei tradizionali compiti di agitazione e propaganda generalmente svolti da questi ultimi. Un’ulteriore trasformazione, coerente con quelle appena indicate, riguarda le fonti di finanziamento del partito: i crescenti costi delle campagne elettorali e, comunque, delle campagne mediatiche, vengono affrontati col crescente ricorso al finanziamento pubblico, il che, mentre tende a spostare il baricentro del partito dalla società allo Stato, contribuisce a deprimere ulteriormente l’importanza dei militanti, che era dovuta anche al peso del loro apporto finanziario. La somma di tutte queste caratteristiche fa sì che sovente la variante elettorale-professionale del partito di massa veda indebolirsi i meccanismi della Democrazia formale interna a vantaggio dei ceti burocratici, ma soprattutto dei gruppi dei rappresentanti elettivi, degli amministratori e dei leader dotati di capacità comunicative amplificate dai media.
Partito “pigliatutto”. Con questa espressione – che traduce l’espressione inglese catch-all-party – la politologia indica, sulla scorta delle riflessioni di Kirchheimer, il partito che, sorto o meno dall’evoluzione d’un precedente partito elettorale di massa, si presenta ormai come organismo votato esclusivamente alla competizione elettorale. Si tratta quindi di un partito che non ha più funzione di socializzazione politico-culturale delle masse e che, anzi, non si riferisce più ad una particolare classe, o ad una particolare coalizione di classi, ma si rivolge, indistintamente o quasi, a tutti i cittadini chiedendo a questi un voto sulla base di programmi pragmatici, privi di riferimenti ideologici, soggetti a mutamenti anche importanti in funzione delle oscillazioni delle preferenze degli elettori. E’, generalmente, un partito che porta alle estreme conseguenze i fenomeni di deresponsabilizzazione del militante ed affida il proprio intervento sociale alle agenzie di comunicazione ed al rapporto diretto coi vertici dei diversi gruppi di interesse. Non paragonabile al precedente partito notabiliare, (in quanto ha una struttura stabile, conserva – pur se indebolite – delle procedure formali e, soprattutto, non tutela gli interessi di notabili che non vivono di Politica, ma di uno specifico ed altamente professionalizzato ceto politico), il partito pigliatutto si presenta comunque come una struttura leggera, soggetta ad una forte verticalizzazione e personalizzazione delle decisioni, attivata soprattutto in funzione delle elezioni (anche se, oggi, la partecipazione alle elezioni richiede un Lavoro continuo di intervento comunicativo e di tessitura di relazioni politiche).
I diversi modelli di partito appena elencati non corrispondono affatto alle fratture sociale indicate poco sopra, ciascuna delle quali può essere espressa da organismi partitici di diverso tipo. E’ comunque vero che il partito "borghese" assume spesso le vesti del partito notabiliare o del partito pigliatutto, e che le aggregazioni politiche confessionali, localistiche e social-comuniste hanno assunto quasi sempre la forma del partito di integrazione o elettorale di massa. Ma anche i partiti borghesi hanno sovente dovuto preoccuparsi di acquisire uno stabile seguito di massa, anche se non attraverso l’integrazione delle masse nel partito, ma grazie a strategie culturali che vanno dalle feste interclassiste dei conservatori inglesi del primo Novecento all’attuale massiccio uso dei media. Cosa che dipende strettamente dal fatto che la socializzazione (o il controllo) delle masse è una delle chiavi della Politica contemporanea. Peraltro il partito di massa non è una realtà statica: la variante elettorale-professionale ed in buona misura anche il partito pigliatutto possono essere considerate anche come evoluzioni del partito di massa che, a poco a poco, ne minano i tratti originari. Tanto che, almeno fino alla crisi dello Stato sociale, si assiste ad un processo di sostanziale convergenza di tutti i partiti verso un tipo di organizzazione leggero, meno marcato ideologicamente, meno definibile in senso classista, fortemente gestito dai vertici. La conseguente crisi della militanza Politica non è che un aspetto della più generale disaffezione nei confronti dei partiti: socializzati dai media o dagli apparati di Stato, attivati dai movimenti, gli individui nutrono una crescente sfiducia nei partiti che, cosa assai rilevante, viene dichiarata non solo da coloro che mostrano sfiducia nella Politica tout court, ma anche da coloro che mantengono una propensione alla partecipazione civile. Per comprendere appieno questa evoluzione è però meglio indicare, preliminarmente, quali sono le principali funzioni dei partiti.
Funzioni dei partiti. - La riflessione politologica ritiene che il partito svolga molteplici e distinte funzioni, relative sia all'espressione ed all'organizzazione dei cleavages, sia alla loro traduzione in politiche efficaci nei confronti dello Stato.
Prima di tutto è da menzionare la già ricordata funzione di integrazione sociale, che si traduce anche in mobilitazione e partecipazione Politica. Appannaggio quasi esclusivo del partito al sorgere della Democrazia di massa, queste funzioni vengono via via svolte da un numero crescente di istituzioni e di attori sociali.
Nel corso dell'integrazione, della mobilitazione, e della partecipazione Politica delle masse, il partito procede anche alla articolazione e poi alla composizione (o aggregazione) delle domande politiche. Il partito trasforma le istanze sociali in rivendicazioni e progetti efficaci nei confronti dello Stato, prima definendole e nominandole in linguaggio politico (articolazione) e poi sistematizzandole in un programma più o meno coerente (composizione). Anche in questo caso il ruolo quasi monopolistico del partito si è via via attenuato: l'articolazione delle domande spetta ormai ad una società sempre più capace di definire i propri interessi, ma anche nella composizione delle domande il partito, come vedremo, ha molti rivali.
Il processo di definizione della domanda Politica sfocia nella selezione del personale politico atto a perseguire le indicazioni che da questa domanda provengono. Tale selezione riguarda sia il personale rappresentativo sia - pur se più indirettamente - quello amministrativo (influenza sui concorsi pubblici, mutare dei dirigenti amministrativi al mutare dei governi, etc…). E' molto importante sapere, per valutare l'effettiva influenza del partito sul personale politico, se quest'ultimo è formato dal partito stesso o se il partito si limita a scegliere tra individui che sono formati da altre istituzioni (apparati di Stato, imprese) o movimenti.
Il personale politico selezionato dal partito viene legittimato ad agire attraverso la partecipazione alle elezioni. Qui il partito svolge una funzione di orientamento del voto che, se formalmente gli pertiene in modo quasi assoluto, sostanzialmente gli è contesa da altri attori (Chiese, gruppi di interesse, movimenti) e gli è sottratta in maniera crescente dai media.
Infine, attraverso il personale eletto o comunque inserito nell'amministrazione il partito svolge l'ulteriore funzione di formazione delle politiche pubbliche, che consiste nella traduzione dei suoi programmi in leggi o norme. Qui il più diretto rivale del partito è senz'altro l'amministrazione e, soprattutto, il suo vertice, ossia il governo, quando questo, pur se formato da partiti, non risponde direttamente a logiche di partito ma, ad esempio, agli interessi economici delle classi dominanti, espressi in forma bipartisan.
Evoluzione dei partiti politici fino alla crisi dello Stato sociale. - L'evoluzione dei partiti nei sistemi politici occidentali è quasi concordemente descritta come progressivo spostamento del centro di gravità dei partiti stessi dalla società allo Stato. Questo fenomeno ha diverse sfaccettature e molte motivazioni. La crescente professionalizzazione dell'attività Politica contribuisce a sviluppare gli interessi specifici del personale del partito e a distinguerli da quelli dei loro referenti sociali: il successo elettorale diviene così tendenzialmente più importante del legame con determinati soggetti sociali, legame che assume via via connotazioni puramente stumentali. La spettacolarizzazione della lotta Politica ed il lievitare dei suoi costi fanno sì che il partito risponda sempre di più ai dettami dei media e dipenda sempre di più dal suo principale finanziatore, ossia dallo Stato. Il partito sembra a molti svolgere più una funzione di legittimazione dello Stato presso i gruppi sociali che una funzione di trasformazione dello Stato a vantaggio di quegli stessi gruppi. In realtà il processo non può essere descritto solo in questi termini. Se esiste un'innegabile autonomizzazione dei partiti (e più in generale della sfera Politica) rispetto a molte istanze sociali (e soprattutto rispetto a quelle meno conformi alle norme dominanti) è anche innegabile che l'integrazione dei partiti negli apparati di Stato è in parte causa ed in parte conseguenza dell'integrazione della stessa società (o di parti rilevanti di essa) nella struttura statuale. Fino alla crisi dello Stato sociale i cittadini si riferiscono sempre di più allo Stato per ottenerne diritti politici, economici e sociali, ed i partiti svolgono, in questo processo, una decisiva funzione di mediazione. La loro evoluzione non è quindi solo l'effetto di un'autonomizzazione dalla società, ma anche della rispondenza ad una società sempre più intrecciata all'amministrazione.
L'espressione più rilevante di questa trasformazione (che sembra realizzare il compito storico dei partiti in quanto realizza l'integrazione delle masse nello Stato) è il cosiddetto governo di partito, ossia il fenomeno per cui l'attività di governo, e quindi anche quella amministrativa, dipende strettamente dalle scelte dei partiti, che scavalcano, attraverso i rapporti tra segreterie, e tra queste e gli apparati di Stato, anche le prerogative del Parlamento. Per alcuni studiosi il governo di partito è la più alta forma di Democrazia, perché attraverso di esso si attua, pur se indirettamente, il controllo popolare di quelle burocrazie che rappresentano il vero centro del potere di uno Stato moderno. Secondo Duverger questo processo conduce addirittura ad un mutamento di forma del delicato meccanismo della divisione dei poteri: poiché, dato il dominio dei partiti su tutto l'apparato di Stato, non esiste più una sostanziale divisione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario (tutti, a diverso titolo, espressione del potere dei partiti), solo la divisione tra i partiti stessi assicura le condizioni elementari della vita democratica. Per altri il governo di partito rappresenta invece una patologia, degenera in una partitocrazia che sovrappone criteri di appartenenza partitica ai più ragionevoli ed efficaci criteri di competenza amministrativa; inoltre, la frammentazione dei partiti e la loro necessità, per esigenze elettorali, di soddisfare molteplici e spesso incoerenti domande sociali, produce ostacoli al processo decisionale ed è fattore di incontrollato aumento della spesa pubblica e dell'inflazione. Per molti, comunque, almeno fino a tutti gli anni '80 del secolo scorso, si realizza pienamente quello che con termine tedesco si chiama Parteienstaat: l'organizzazione dello Stato attraverso i partiti.
Ma non sono poche le voci che contestano una simile visione, sostenendo che il dominio dei partiti sulla macchina statale è solo apparente, e che il loro rapporto privilegiato con lo Stato è indice di debolezza piuttosto che di forza, è un surrogato, peraltro insufficiente, dell’ormai perduta influenza sulla società. I veri centri decisionali, nelle democrazie mature, sarebbero da ricercarsi nei triangoli neocorporativi tra sindacati, organizzazioni imprenditoriali e Stato (quest’ultimo con posizione dominante rispetto alle altre due componenti); oppure nei policy networks, ossia in quelle mutevoli coalizioni di attori (gruppi di interesse, apparati di Stato, media ed eventualmente anche partiti, o segmenti di essi) che si formano di volta in volta per impostare e gestire le più varie politiche pubbliche. Anche quando i partiti entrano a far parte, direttamente o meno, di queste nuove figure decisionali, la loro posizione non è quasi mai centrale, perché le competenze che sono in gioco derivano quasi tutte dalla società o dall’apparato amministrativo. Il sovrabbondante ruolo dei partiti nella nomina del personale politico ed amministrativo non si tradurrebbe, quindi, in una loro capacità di influenzare direttamente le politiche pubbliche, la cui gestione pertiene ormai ad altri. I soggetti che occupano posizioni decisionali, pur se nominati o supportati dai partiti, non si sono quasi mai formati nelle fila di questi ultimi, ma all’interno di altre istituzioni.
Insomma, alla vigilia della crisi dello Stato sociale, in una situazione in cui sembrano ormai neutralizzati i grandi scontri sulle opzioni fondamentali, il ruolo dei partiti sembra essere assai più formale che reale. Essi sono sostituiti, o sostituibili, da altri attori in quasi tutte le funzioni che abbiamo descritto poco sopra: nell’integrazione sociale dall’amministrazione pubblica e dai media; nella mobilitazione, nella partecipazione e nell’articolazione della domanda Politica da sindacati e movimenti; nella composizione della domanda dal governo e a volte anche dai sindacati e dai movimenti; nell’orientamento del voto da gli attori appena citati; nella formazione del personale politico dalle imprese, dalle associazioni, dall’amministrazione; nell’implementazione, e spesso anche nell’impostazione, delle politiche pubbliche, dai triangoli neocorporativi e dai policy networks. Ai partiti sembra restare, come funzione esclusiva, solo quella della legittimazione formale del personale politico attraverso la partecipazione alle elezioni. E, come funzione continuamente pretesa ed invocata a dimostrazione di utilità sociale, quella di essere comunque l’istituzione sociale che più delle altre – Stato escluso – può cimentarsi nella difficile arte della composizione delle domande politiche. Ma su quest’ultimo punto va fatto osservare come anche questa maggiore, se non più esclusiva, capacità sembra comunque essere inficiata dal fatto che il partito presenta sempre di meno l’aspetto di un attore unitario, e si presenta sempre più come la coalizione di un’insieme eterogeneo di ceti politici in conflitto tra loro. Alle tradizionali divergenze fra i diversi livelli del partito (centro e periferia, vertice e base) si aggiungono oggi quelle derivate da una maggiore “apertura” ai gruppi di interesse e dalla frammentazione delle precedenti ideologie unificanti. Ragion per cui la politologia avverte che, oggi ancor più di ieri, non si può presupporre che un partito si comporti in maniera coerente in relazione alle decisioni del gruppo dirigente, e che questa coerenza vada verificata di volta in volta, essendo null’altro che l’eventuale risultato dell’interazione fra i diversi gruppi dirigenti che fanno capo a differenti gruppi di interesse e a differenti frazioni partitiche.
Critiche ai partiti. – Sia l’invadenza che la debolezza dei partiti sembrano realizzare le previsioni, e a volte gli auspici, delle numerose critiche che alla forma-partito si sono rivolte, fin dal suo sorgere.
La più ricorrente di queste critiche, radicata addirittura nel pensiero politico classico, medievale e protomoderno, individua nei partiti la causa di ingiustificate e perniciose divisioni nel corpo sociale. I partiti non sarebbero altro che fazioni, preoccupate solo del proprio interesse particolare, pronte ad espropriare, in nome di tale interesse, i poteri decisionali del vero sovrano, sia questo il governo o il popolo. Tipico strumento del partito, soprattutto in sistemi politici che prevedono l’apporto decisionale delle masse, sarebbe quindi la demagogia, ovvero l’appello al popolo ed ai suoi immediati (reali o presunti) bisogni: e se Weber dà della demagogia anche una lettura neutra ed avalutativa (pensandola come corollario inevitabile di una Democrazia di massa, temperato dalla necessità, per il personale politico dei partiti, di misurarsi coi problemi reali dello Stato), per quasi tutti gli altri critici essa è solo un appello strumentale, volto ad utilizzare le pulsioni delle masse a fini estranei e spesso inconfessabili. Conseguenza di queste critiche è la ricerca dei modi per restaurare i poteri del sovrano, ossia per difendere il governo dall’invadenza dei partiti, oppure per restituire ai cittadini, fuori dalla mediazione dei partiti stessi, una capacità di autonoma decisione. Cosa che permette di rilevare l’ostilità di molti degli accusatori non solo nei confronti della fazione partitica, ma della Democrazia di massa in quanto tale, che si tenta di limitare o temperare con l’autonomia dell’esecutivo o con la rivalutazione dell’apporto individuale del singolo cittadino.
Su questa linea si muove anche la critica al partito formulata agli inizi del secolo scorso da Ostrogorski. Avendo a mente soprattutto il partito notabiliare, nelle concrete configurazioni da esso assunte in Inghilterra e negli Stati Uniti, Ostrogorski rileva in primo luogo, da un punto di vista classicamente liberale, che i partiti, nati per orientare la scelta dei cittadini all’interno di sistemi elettorali evoluti, a poco a poco si sostituiscono ai cittadini stessi, impedendo ad essi una libera scelta che è tale solo in quanto si forma ogni volta in maniera autonoma. La fedeltà al partito, resa spesso necessaria da motivi di dipendenza clientelare, impedirebbe quindi il libero esercizio della ragione. A ciò Ostrogorski aggiunge una impietosa disamina del funzionamento delle machines dei partiti: essi sono vere e proprie imprese capitalistiche, che, con un iniziale investimento, comprano voti e li trasformano, attraverso le procedure elettorali, in lucrose cariche pubbliche. L’alternativa al partito, reso inutile dal fatto che le grandi questioni ideali sono ormai state risolte dalla conquista dei diritti fondamentali (tra cui il suffragio universale), e dal fatto che ormai i governi svolgono essenzialmente funzioni tecniche e non sono più la vera fonte della sovranità, è la costruzione di leghe, ossia di aggregazioni politiche mutevoli, costituite di volta in volta per affrontare specifici problemi. Cosa che fa di Ostrogorski, almeno in parte, un precursore sia delle teorie che rivendicano l’autonomia decisionale degli esecutivi, sia di quelle (spesso complementari alle prime) che individuano nei movimenti monotematici le forme di partecipazione più consone ad una Democrazia veramente evoluta.
Senz’altro più nota ed influente, fino a divenire quasi senso comune, è la critica rivolta da Michels, nello stesso scorcio del Novecento, al partito operaio di massa, che il sociologo tedesco considera del tutto incapace di realizzare quell’emancipazione che pure è iscritta nel suo programma fondamentale. Questa incapacità si deve, a parere di Michels, al fatto che, nato per contrastare lo Stato gestito dalle classi dominanti, il partito è costretto a ricalcarne ed imitarne le strutture, divenendo così “uno Stato nello Stato”, pervaso, come il suo avversario, da dinamiche centralistiche ed autoritarie. Ma soprattutto si deve al fatto che, nonostante la Democrazia formale imperante nel partito, la Democrazia reale è in esso impossibile, perché è impossibile sostituire davvero il ceto dei burocrati, a causa della specializzazione da esso conseguita. Questa specializzazione, che trasforma anche i dirigenti di estrazione operaia in titolari di interessi distinti da quelli della classe d’origine, è ottenuta dai burocrati in gran parte grazie al Lavoro ed al denaro dei militanti, che offrono ai primi, col loro sacrificio, il tempo e l’opportunità di affinare le tecniche direzionali. In tal modo, ogni eventuale avvicendamento di gruppo dirigente non muta nulla nella subordinazione dei militanti, ed anzi la riproduce dando l’illusione del mutamento. Questa inamovibilità della casta dominante del partito, che realizza una vera e propria “legge ferrea dell’oligarchia”, fa sì che quest’ultimo si regga su una sorta di sfruttamento dei militanti, proprio come il capitalismo che si vorrebbe combattere, e divenga struttura ossificata e conservatrice, proprio come lo Stato che si vorrebbe trasformare. Accolte spesso entusiasticamente sia da coloro che si oppongono al partito da un punto di vista conservatore, sia da quelli che lo fanno da un punto di vista opposto (dimentichi, questi, del fatto che le osservazioni formulate contro il partito sono estese da Michels anche ai sindacati ed alle cooperative operaie), le tesi di Michels (suggestive e spesso efficacemente illustrate, soprattutto per quanto riguarda l’analisi della trasformazione dei dirigenti operai in burocrati) sono comunque state oggetto di numerose critiche da parte degli studiosi più avveduti. E’ stato osservato che quella di Michels non è una vera e propria teoria, ma la generalizzazione dell’esperienza della sola socialDemocrazia tedesca, laddove lo studio delle esperienze inglese e francese avrebbe dato esiti molto diversi. Si è rimproverato inoltre al Michels il fatto di non considerare quanto le decisioni dei gruppi dirigenti di un partito operaio, anche quando siano assunte in maniera oligarchica, tengano comunque preventivamente conto (come rilevano analisi sul campo) delle inclinazioni e degli orientamenti dei militanti; né quanto l’ideologia e la fondamentale direzione di marcia di un partito costituiscano un patrimonio che non è a completa disposizione dei gruppi dirigenti stessi. Ed è stato infine fatto osservare come la critica radicale di Michels si basi su due presupposti spesso taciti e comunque non discussi: che l’unica vera Democrazia sia la Democrazia diretta e che le masse siano sempre bisognose di capi che le comandino. Presupposti che non possono che condurre alla conclusione che l’avvicendamento dei gruppi dirigenti non realizza in nessun modo la volontà dei militanti, e che dunque la Democrazia è impossibile; e che forse concorrono a spiegare la successiva infatuazione del sociologo tedesco per la figura di Mussolini. Ma oltre alle critiche esplicite, tutte le analisi relative all’evoluzione dei partiti costituiscono una implicita e quantomeno parziale falsificazione delle tesi di Michels in quanto mostrano che i partiti operai non sono affatto retti necessariamente da spinte conservatrici, ma si modificano continuamente in relazione all’ambiente, producendo figure dirigenziali ben diverse da quella del burocrate, cosa evidenziata dall’accresciuto ruolo dei gruppi parlamentari e degli esperti in marketing e comunicazione Politica. Il differenziarsi dei gruppi dirigenti all’interno dei partiti di origine socialista e comunista, l’aumento del livello di scolarizzazione dei militanti, la possibilità, da parte di questi ultimi, di assorbire risorse politiche anche da altre istituzioni, inducono a ritenere che l’evoluzione (o involuzione) di quei particolari partiti non dipenda tanto dal dominio assoluto del ceto burocratico sulle masse amorfe, quanto dai complessi processi di trasformazione dei gruppi dirigenti, e contemporaneamente, dei militanti e delle masse, nel corso dell’affermazione e del pieno sviluppo dello Stato sociale.
Anche se riprendono, consapevolmente o meno, molte delle tesi di Michels, le critiche rivolte al partito operaio alla fine degli anni '60, (non espresse in studi organici, ma in numerose pubblicazioni di diverso livello e soprattutto da un'esperienza Politica di massa divenuta senso comune) si basano in realtà su presupposti diversi. Pur se indirizzata alla "burocratizzazione" del partito, la polemica si scaglia soprattutto contro la sua parlamentarizzazione, ossia contro il privilegio accordato all'azione riformista all'interno dello Stato, e rivendica non tanto o non solo la Democrazia all'interno del partito, quanto la possibilità, per le aggregazioni sociali extrapartitiche, d